sabato 1 gennaio 2005

L'Argentina sfida il Fondo Monetario

L'Argentina sfida il Fondo Monetario
ed impartisce una lezione di
economia alla Grande Finanza

30 dicembre 2004
Sepp Hasslberger

http://www.newmediaexplorer.org/



Tre anni dopo il collasso della economia argentina sotto
il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla
Banca Mondiale, la ripresa in sboccio della nazione
sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali.
Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner
ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori
di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva
l'economia a partire dal punto piu’ basso.
Un eccellente articolo sul ”the New York Times” riferisce
la storia.

Il saccheggio della Argentina da parte della finanza
internazionale e la susseguente disintegrazione della sua
economia nel dicembre 2001 e' solo uno degli esempi di
quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario
Internazionale e della Banca Mondiale per decenni:
indebitare le nazioni in sviluppo garantendo enormi prestiti
per progetti che beneficano gli appaltatori stranieri piuttosto
che l'economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene
il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla
spremitura per "aprire la nazione alla economia di mercato".
Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i
servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le
materie prime a prezzi di svendita.

John Perkins, in passato un membro rispettato della
comunità bancaria internazionale, ha deprecato
duramente questa pratica.
Nel suo libro "Confessioni di un sicario dell'economia"
descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò
gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per
migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in
prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente
restituire, e successivamente a prendere possesso delle
loro economie.
Democracynow.org ha pubblicato una interessante intervista
a Perkins.

In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo
economico dipingono un quadro a tinte nere.
La "soluzione magica" proposta da "la creme de la creme"
degli economisti è – difficile da credere - legare la valuta
argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la
finanza internazionale.
Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa
primaria del crollo.

Come si comportarono gli Argentini ? Ripudiarono il
"buon consiglio" ed iniziarono a lavorare nella propria nazione,
convincendosi che l'economia di un paese non viene costruita
con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione
e consumi realizzati proprio all'interno di esso.
Ecco qui di seguito la copia dell'articolo del “the New York Times”…



La ripresa economica argentina sfida
le previsioni

di Larry ROHTER
pubblicato il 26 dicembre 2004 su “the N.Y. Times”


BUENOS AIRES, 23 dicembre 2004 -
Quando l'economia argentina collasso' nel dicembre 2001,
le previsioni da giorno del Giudizio Universale abbondavano.
A meno che essa adottasse politiche economiche ortodosse
e siglasse velocemente un accordo con i suoi creditori stranieri,
certamente sarebbe seguita una super-inflazione, il peso
sarebbe diventato senza valore, investimenti e riserve di valuta
estera sarebbero svaniti ed ogni prospettiva di crescita sarebbe
stata soffocata.

Ma tre anni dopo che l'Argentina dichiaro' un default per un
debito record di più di 100 miliardi di dollari, il piu' largo
nella storia, l'apocalisse non e' arrivata.
Invece l'economia e' cresciuta del + 8 % annuale per due anni
consecutivi, le esportazioni sono parecchio cresciute, la moneta
e' stabile, gli investitori stanno gradualmente ritornando e
la disoccupazione e' calata dai livelli record - il tutto senza
un accordo relativo al debito, ne' le misure standard richieste
dal Fondo Monetario Internazionale per concedere la sua
approvazione.

La ripresa argentina è stata innegabile, ed e' stata raggiunta
almeno in parte ignorando e persino sfidando l'ortodossia
economica e politica.
Piuttosto che procedere alla immediata soddisfazione dei
possessori di obbligazioni, banche private ed FMI, così come
invece altre nazioni in sviluppo hanno fatto in crisi anche
meno severe, il governo a guida peronista scelse per prima
cosa di stimolare i consumi interni e disse ai creditori di
mettersi in coda insieme a tutti gli altri.

"Questo e' un importante evento storico, che sfida 25 anni
di politiche fallimentari" ha asserito Mark Weisbrot, economista
presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche, gruppo di
ricerca di orientamento liberale in Washington.
"Mentre altre nazioni continuano tuttora a zoppicare, l'Argentina
sta sperimentando una crescita molto sana, senza che alcun
segno indichi che essa non possa continuare, ed essi hanno
ottenuto questo risultato senza essere costretti a fare alcuna
concessione per ottenere l'arrivo di capitale straniero."

Le conseguenze di tale decisione si possono vedere nelle
statistiche governative e nei negozi, nei quali i consumatori
una volta di piu' spendevano robustamente prima di Natale.
Piu' di due milioni di posti di lavoro sono stati creati a
partire dal punto piu' basso della crisi all'inizio del 2002,
e secondo le statistiche ufficiali anche il reddito reale,
cioe' al netto della inflazione, e' rimbalzato, ritornando
quasi al livello degli ultimi anni '90.
Fu in questi anni che la crisi emerse, durante i quali
l'Argentina provo' a stringere la cinghia secondo le
prescrizioni FMI, col solo risultato di collassare nella
peggiore depressione della sua storia, che provoco' anche
l'avvio di una crisi politica.

Alcuni dei nuovi posti di lavoro provengono dal programma
governativo volto alla creazione di occupazione a bassa paga,
ma circa la meta' riguardano il settore privato.
Come risultato, la disoccupazione ha declinato da piu' del 20 %
a circa il 13 %, ed il numero di Argentini che vivono sotto la
linea della poverta' e' sceso di circa 10 punti percentuali dal
livello record del 53,4 % di inizio 2002.

"Le cose non sono assolutamente tornate normali, ma abbiamo
acquisito la sensazione di essere tornati sulla strada giusta"
- ha affermato Mario Alberto Ortiz, riparatore di impianti
di refrigerazione.
"Per la prima volta dacche' tutto crollo', posso effettivamente
permettermi di spendere un po' di soldi".

Gli economisti tradizionali seguaci del libero mercato rimangono
scettici riguardo l'approccio governativo.
Mentre riconoscono che c'e' stata una ripresa, la attribuiscono
soprattutto a fattori esterni piuttosto che alle politiche del
Presidente Néstor Kirchner, che ha assunto la carica dal
maggio 2003.
Inoltre sostengono anche che la ripresa comincia a perdere forza.

"Siamo stati fortunati"- ha affermato Juan Luis Bour, capo
economista presso la Fondazione Latino-Americana di
Ricerche Economiche in Argentina.
"Abbiamo avuto prezzi alti per le merci e bassi tassi di interesse.
Ma se vogliamo crescere nel 2005, dobbiamo fare un accordo
per la questione del debito e riscontrare l'arrivo di capitale estero."

Il FMI, che i dirigenti argentini incolpano di aver provocato
la crisi in prima battuta, ribatte che l'attuale governo agisce
almeno in parte come il FMI ha sempre raccomandato.
Ha limitato la spesa e si e' attivato per incrementare le entrate,
una prescrizione classica per una economia sofferente, ed ha
accumulato un attivo di entita' doppia di quella che il Fondo
aveva richiesto prima che le trattative fossero congelate molti
mesi fa.

"Il ritorno a questi numeri incoraggianti e' stato molto aiutato
da una disciplina fiscale, che e' quasi senza precedenti secondo
gli standard argentini"- ha affermato John Dodsworth, il
responsabile FMI in Argentina.
"Abbiamo avuto un attivo primario che e' aumentato in maniera
decisa in questi pochi ultimi anni, sia a livello centrale che a
quello provinciale, e che e' stata l'ancora fondamentale dal lato
economico."

Ma una parte di tale attivo record del bilancio e' arrivato da
un paio di tributi sulle esportazioni e sulle transazioni
finanziarie, che gli economisti ortodossi del FMI e di altri
organismi vogliono vedere abrogati.
Circa un terzo delle entrate governative è ora raccolto da tali
tributi, che sono aumentati.

"Il FMI vuole che queste tasse siano eliminate, ma d'altra
parte i suoi rappresentanti desiderano anche che l'Argentina
migliori la sua offerta ai creditori e anche che essa rimborsi
il Fondo, cosi' da poter ridurre la sua esposizione presso di
esso" - ha affermato Alan Cibils, economista argentino associato
allo indipendente Centro Interdisciplinare per lo Studio di
Indirizzo Pubblico in Argentina.
In altre parole dicono: "Dovete pagare di piu' e trattenere
di meno", che e' una prescrizione sicura per produrre
un'altra crisi.

A causa della assenza di un accordo sul debito e dello stallo
sulle tariffe delle "utility" (gas, luce e acqua), alcuni
investitori, specie europei, continuano ad evitare l'Argentina,
citando quella che chiamano la carenza di "sicurezza giudiziaria".
Ma altri, soprattutto latino-americani, abituati ad operare in
ambienti instabili o essi stessi sopravvissuti a simili crisi,
hanno aumentato la loro presenza in Argentina a causa della
espansione delle opportunita'.

"Questi sono slogan che le persone ripetono senza pensare,
come se essi fossero pappagalli" - ha affermato Roberto Lavagna,
ministro della economia, quando interpellato in merito alle
previsioni che gli investimenti starebbero per venire meno.
"Nel 2001 e all'inizio del 2002 tutti i tipi di contratto
furono annullati" - ha detto.
"Cosi' perche' ora investono ?
Chiaramente perche' oggi possono ottenere un ottimo livello
di rendimento ."

La compagnia petrolifera brasiliana Petrobras ha comprato
una parte delle azioni di una primaria compagnia energetica
argentina.
Un'altra compagnia brasiliana, la AmBev, ha acquisito una larga
compartecipazione nella Quilmes, importante societa' argentina
produttrice di birra, ed una compagnia messicana ha acquisito
il controllo di una grossa industria fornaia e pasticciera.

Le nazioni asiatiche, Cina e Sud-Corea soprattutto, hanno
cominciato ad operare in Argentina.
Durante una visita di stato il mese scorso, il presidente cinese
Hu Jintao ha annunciato che la sua nazione progetta di investire
venti miliardi di dollari ìin Argentina nello spazio dei prossimi
dieci anni.

Ma il grosso dei nuovi investimenti viene dagli stessi Argentini,
che stanno cominciando a spendere il loro denaro in patria,
sia riportando i loro risparmi dall'estero, sia prelevandoli
dal di sotto dei loro materassi.
Per la prima volta in tre anni, e' maggiore la quantita' di
denaro che entra nella nazione di quella che ne esce.

Cio' ha consentito a Kirchner il lusso di assumere una linea
dura con il fondo monetario e con i creditori esteri che
reclamano il rimborso.

"La questione e' che l'Argentina ha al momento un attivo
di conto, cosicche' essa in realta' non ha granche' bisogno
di investimenti stranieri" - ha affermato Claudio Loser,
economista argentino e precedente direttore del FMI per
l'emisfero occidentale.
"Gli investimenti nazionali stanno prendendo piede, perche'
vi sono opportunita' in agricoltura, petrolio e gas."

Proprio questa settimana il governo ha annunciato che le
riserve di valuta estera sono risalite a 19,5 miliardi di dollari,
il loro livello piu' alto a contare dal crash e a piu' del doppio
del minimo segnato a meta' del 2002, un anno che segno' un
deflusso netto di 12,7 miliardi di dollari.

"Il picco degli investimenti negli anni '90 era del 19,9 % del
PIL, e oggi e' del 19,1%, in risalita da un minimo del 10%" -
ha affermato Lavagna.
Il governo Kirchner continua a cercare un accordo riguardo
il debito di 167 miliardi di dollari tuttora esistente, e
progetta di effettuare quella che esso definisce la sua
offerta finale all'inizio del prossimo mese.
Ma la svolta in Argentina ha inspirato un tale senso di
confidenza che il governo non solo parla di tagliare i
suoi ultimi legami con il FMI, ma anche insiste che ogni
rimborso ai possessori di obbligazioni debba essere
condizionato al protrarsi della buona salute economica
dell'Argentina.

"E' molto semplice" - ha affermato Lavagna.
"Nessuno puo' raccogliere soldi da una nazione che
non sta crescendo economicamente."


traduzione di Francesco Caselli

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